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RICORDI DI UN RAGAZZO D’ALTRI TEMPI

Mi chiamo Agostino e sono nato a San Pietro in Casale sul finire della seconda guerra mondiale.

Mio papà era maestro elementare e mia madre casalinga, io ero il terzo di cinque figli.

La prima volta che vidi Padre Olinto Marella frequentavo la scuola per Ragionieri, il Pier Crescenzi di Bologna, ed ebbi come prima impressione l’idea di essere davanti ad una persona di grande umiltà. Un uomo che ha dedicato la sua vita ad aiutare il prossimo, a prendersi cura degli altri chiedendo il loro impegno al cambiamento, alla presa di coscienza delle proprie potenzialità, a credere in se stessi. Il suo mostrarsi col capo chino e quella sua carica di umiltà mi hanno colpito, forgiando il mio modo di agire e pensare.

Negli anni sessanta la vita era sì più lenta, ma anche meno confortevole. Ricordo che per andare a scuola a Bologna prendevo il treno da San Pietro in Casale, ed a quei tempi le carrozze avevano delle sedute in legno molto scomode e d’inverno faceva molto freddo. Nonostante questo clima, mentre a piedi percorrevo il tragitto dalla stazione a scuola e ritorno, vedevo Don Olinto seduto su di una sedia bassa, con un cappotto molto usato a tutte le ore del giorno. Talvolta era sotto il portico del Pavaglione, altre volte lo vedevo in via Indipendenza vicino alla Cattedrale di San Pietro o in prossimità del cinema Imperiale a fare la questua. C’era gente che donava delle banconote e anche io lasciavo la mia piccola offerta, quello che potevo dare da studente era solo qualche moneta spicciola.

Di quella che è stata la sua sofferenza interiore l’ho appresa solo dopo la sua morte, non ricordo se parlandone in casa o all’oratorio. Credo che la sospensione a divinis l’abbia fatto soffrire molto, ma sono convinto che il Signore metta alla prova le persone che più hanno amato.

Oggi sono pensionato, ho due figli e due nipoti e vivo ancora a San Pietro con mia moglie.

Ciò che mi sento di dire è di seguire la figura di Padre Marella nell’umiltà e nell’obbedienza al signore, e se fosse ancora vivo gli chiederei di insegnarmi ad avere fiducia nella provvidenza, di avere il suo coraggio e la sua forza per realizzare il capolavoro che è stato la sua vita.

(a cura di Fabio Tolomelli, foto e supervisione di Francesco D’Errico)